L’uragano Harvey che nei giorni scorsi ha colpito gli Stati Uniti con il suo carico di distruzione ha riproposto la triste conta delle vittime e quella, infinitamente meno importante, dei danni materiali. La memoria insegna, però, che ciò che rimane di ogni disastro non sono fantomatici record (di morti, di dollari andati in fumo, di polemiche), ma le storie. Come quella delle Suore della Carità di Galveston, in Texas.
Il giorno successivo, mentre gli abitanti di Galveston proseguono le proprie attività inconsapevoli del pericolo imminente, il vento e le onde della tempesta spazzano le dune di sabbia messe a protezione dell’orfanotrofio. Quando l’uragano si rivela in tutta la sua potenza è ormai tardi per abbandonare la città. Nell’orfanotrofio, rimasto isolato, le suore si attrezzano per resistere. I bambini vengono radunati nel dormitorio femminile, più nuovo e – si spera – più sicuro. Nella cappella al primo piano risuonano le strofe di “Queen of the Waves”, “Regina delle onde”, un canto celebre fra i pescatori francesi. La canzone, forse, placa i fanciulli, ma non l’uragano, che all’esterno infuria sempre più violento. L’intera città sta per essere sommersa e ridotta in macerie.
Soltanto i tre ragazzi più grandi scampano all’uragano. Gettati dalle onde su un albero, vengono recuperati da una barca il giorno successivo. Fra le 6mila e le 8mila persone perdono la vita nel disastro. Un muro protegge da allora più di 15 chilometri di costa attorno alla città e l’8 settembre di ogni anno tutte le Suore della Carità del Verbo Incarnato sparse nel mondo intonano ancora una volta il “Queen of the Waves” in memoria delle consorelle e dei bambini morti a Galveston. Attorno al luogo dove sorgeva l’orfanotrofio la città è ricresciuta e le statistiche del disastro sono state consegnate agli archivi. Della Grande Tempesta rimane però la memoria di piccole vite spezzate e dell’ultimo tentativo di mantenerle unite.
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