Esperienze lontane fra loro, e non solo nel tempo. Fenomeni, protagonisti e sofferenze difficili da comparare, ma che appaiono accomunati dalla stessa, subita indifferenza. Alla quale soltanto l’iniziativa delle persone comuni sembra in grado di opporsi.
«La storia, per quanto sappiamo che si ripeta, in realtà non si ripete mai esattamente. Ogni situazione è diversa. I grandi silenzi, il grande disinteresse, la grande indifferenza, quello si ripete. Sono le persone e i fatti ad essere diversi. Ma rivedo l’osceno sospetto di chi fino ad adesso non ha osato e adesso osa». A rompere in punta di piedi la cortina di un tema doloroso e delicato è la senatrice a vita Liliana Segre, superstite dell’Olocausto e testimone dei campi di concentramento nazisti. Il riferimento è ai rom e ai sinti che risiedono in Italia, che i più ancora faticano a considerare italiani (e spesso cristiani) a pieno titolo. Ma non ci vuole molto per estendere la medesima riflessione ai migranti.
A quasi un secolo di distanza, la maggior parte degli atti di coraggio che al tempo della seconda guerra mondiale permisero la salvezza di tante vite minacciate dall’odio giacciono ancora nell’oblio. Opera di padri e madri di famiglia, professionisti e contadini sparsi sull’intera Penisola, ma anche uomini e donne di fede. Se molte Chiese si attivarono nel soccorso, l’opera assolta dalla Chiesa cattolica, tanto per il numero di coloro che si impegnarono in prima persona quanto per i risultati ottenuti, non ha eguali. Conventi, monasteri, parrocchie e collegi aprirono le proprie porte per accogliere profughi e perseguitati. Nella Capitale, tra i più importanti punti di riferimento figura il Seminario Romano Maggiore, ma eguali esperienze si registrano ad Assisi, Firenze, Genova e nella Milano del cardinale Schuster.
Un moto di riscatto della società doppiamente civile, ancora più notevole nel diffuso clima di odio e pregiudizio instaurato dai totalitarismi. Un’opera silenziosa, almeno tanto quella delle centinaia di famiglie, parrocchie e istituti religiosi che da tre anni a questa parte hanno scelto di rispondere all’appello del Papa all’accoglienza. Senza ideologie, mettendosi in gioco in prima persona.
Una singolare coincidenza ha voluto che in questi ultimi giorni scorressero sui nostri schermi le immagini di sgomberi diversissimi e distanti fra loro 80 anni. Con un unico elemento in comune: l’indifferenza nei confronti dell’altro, l’incomprensione della sua umanità, il disinteresse verso i suoi sentimenti più quotidiani – il desiderio di salutare un amico prima di andarsene, di mantenere il posto di lavoro che si è trovato, di continuare a frequentare la scuola, di sognare un futuro nel mondo dello sport che sembra alla portata. Normalità.
Oggi come allora, opporre ideologia a ideologia ha poco senso. Ciò che vale è la concretezza dell’amore – lo ha ricordato anche Francesco ai giovani riuniti a Panama – capace di rompere ogni schema. Un amore concreto del quale, oggi come allora, sanno farsi interpreti privilegiati quanti – per lo più famiglie e persone comuni – hanno risposto all’umana paura dell’incontro non chiudendo, bensì aprendo. Braccia, orecchie e case.
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