Domenica 27 novembre 2022. III Domenica di Avvento. Le profezie adempiute. Commento al Vangelo di rito ambrosiano, di don Alessandro Noseda.
Mt 11, 2-15 ✠ In quel tempo. Giovanni, che era in carcere, avendo sentito parlare delle opere del Cristo, per mezzo dei suoi discepoli mandò a dirgli: «Sei tu colui che deve venire o dobbiamo aspettare un altro?». Gesù rispose loro: «Andate e riferite a Giovanni ciò che udite e vedete: i ciechi riacquistano la vista, gli zoppi camminano, i lebbrosi sono purificati, i sordi odono, i morti risuscitano, ai poveri è annunciato il Vangelo. E beato è colui che non trova in me motivo di scandalo!». Mentre quelli se ne andavano, Gesù si mise a parlare di Giovanni alle folle: «Che cosa siete andati a vedere nel deserto? Una canna sbattuta dal vento? Allora, che cosa siete andati a vedere? Un uomo vestito con abiti di lusso? Ecco, quelli che vestono abiti di lusso stanno nei palazzi dei re! Ebbene, che cosa siete andati a vedere? Un profeta? Sì, io vi dico, anzi, più che un profeta. Egli è colui del quale sta scritto: “Ecco, dinanzi a te io mando il mio messaggero, davanti a te egli preparerà la tua via”. In verità io vi dico: fra i nati da donna non è sorto alcuno più grande di Giovanni il Battista; ma il più piccolo nel regno dei cieli è più grande di lui. Dai giorni di Giovanni il Battista fino ad ora, il regno dei cieli subisce violenza e i violenti se ne impadroniscono. Tutti i profeti e la Legge infatti hanno profetato fino a Giovanni. E, se volete comprendere, è lui quell’Elia che deve venire. Chi ha orecchi, ascolti!».
Il rito ambrosiano celebra oggi la terza domenica di Avvento. La domenica porta il seguente titolo: “le promesse adempiute”.
Giovanni non è stato certamente il primo profeta ad essere sbattuto in cella. Prima di lui, il famoso Geremia, ma anche il meno conosciuto Michea sono, con il Battista, emblemi di tanti profeti di ogni tempo, “schiaffeggiati e incarcerati solo perché sono stati fedeli a una parola vera e scomoda”.
Gli U2 hanno dedicato un brano bellissimo a Nelson Mandela, un non credente, a suo modo profeta di integrazione e di comunione, passato anch’egli per un carcere ingiusto, lungo 27 anni. Fra pochi giorni ricorreranno 9 anni dalla sua morte.
Nella canzone c’è questo verso che trovo molto attraente: “Non possiamo arrivare più in alto, se non facciamo i conti con l’amore ordinario”. Per Mandela, il carcere ha rappresentato l’incubatrice di un processo che non è mai un dato di partenza, ma sempre una conquista: la conversione ad essere fratello di tutti, anche dei nemici.
Anche Giovanni vive in carcere un processo di cambiamento, che ha le sue premesse nella domanda che fa pervenire a Gesù: “Dobbiamo aspettare te, oppure qualcun altro?”. È la spia rivelatrice di un crollo interiore, in cui la certezza granitica che Gesù dovesse essere il Messia comincia a mostrare le sue crepe: ad essere stata sconvolta è l’attesa di un “supereroe” in grado di sovvertire le dinamiche di ingiustizia e di iniquità, per inaugurare un potente regno di Dio.
La domanda del Battista suona così: cosa sta combinando “questo” Gesù, che non fa nulla di ciò che mi aspettavo? Dov’è quel fuoco inestinguibile che avrebbe dovuto bruciare la paglia e lasciare solo il grano buono?
Gesù risponde proponendo a Giovanni un cambiamento: gli dice dove guardare per trovare i segni del regno di Dio; chi è entrato in contatto con me – dice – porta i segni dell’amore di un Dio presente, che è già all’opera! Giovanni, in altre parole, deve imparare a fare i conti con l’amore ordinario che Gesù pratica, scommettendo che l’avvento del regno passa di lì.
L’apostolo Pietro, alcuni anni dopo, riassumerà questa lezione con queste parole: “Voi sapete ciò che è accaduto in tutta la Giudea, cominciando dalla Galilea, dopo il battesimo predicato da Giovanni; cioè come Dio consacrò in Spirito Santo e potenza Gesù di Nàzaret, il quale passò beneficando e risanando tutti coloro che stavano sotto il potere del diavolo, perché Dio era con lui” (At 10,37-38).
Come sarà andata a finire la disputa nel cuore del Battista? Non lo sappiamo per certo, ma Gesù spende altre parole su di lui, facendogli un complimento grandissimo: “È più di un profeta!”. Quindi sono convinto, che come Mandela, anche il Battista avrà saputo trasformare l’orribile tempo del carcere in un’incubatrice per coltivare una speranza nuova.
E io? Che sono libero, e forse posso vedere con i miei occhi i frutti dello Spirito, so credere nelle straordinarie possibilità dell’amore ordinario?
Don Alessandro Noseda
Don Alessandro Noseda. Nato a Cantù nel 1974. Dopo gli studi classici e la formazione teologica nel Seminario di Venegono, viene ordinato sacerdote nel 2000 dal card. Carlo Maria Martini. Svolge dapprima il suo ministero a Milano come assistente degli Oratori della parrocchia di San Giovanni Battista alla Bicocca e successivamente della parrocchia del Santissimo Redentore. Dal 2007 al 2011 è cappellano presso l’Università degli Studi di Milano Bicocca. Attualmente è parroco nella parrocchia di Gesù a Nazaret, Quartiere Adriano.
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