Domenica 16 maggio 2021. Domenica dopo l’Ascensione. Anno B. Commento al Vangelo di rito ambrosiano, di don Paolo Alliata.
✠ In quel tempo. Il Signore Gesù disse: «Padre, io non sono più nel mondo; essi invece sono nel mondo, e io vengo a te. Padre santo, custodiscili nel tuo nome, quello che mi hai dato, perché siano una sola cosa, come noi. Quand’ero con loro, io li custodivo nel tuo nome, quello che mi hai dato, e li ho conservati, e nessuno di loro è andato perduto, tranne il figlio della perdizione, perché si compisse la Scrittura. Ma ora io vengo a te e dico questo mentre sono nel mondo, perché abbiano in se stessi la pienezza della mia gioia. Io ho dato loro la tua parola e il mondo li ha odiati, perché essi non sono del mondo, come io non sono del mondo. Non prego che tu li tolga dal mondo, ma che tu li custodisca dal Maligno. Essi non sono del mondo, come io non sono del mondo. Consacrali nella verità. La tua parola è verità. Come tu hai mandato me nel mondo, anche io ho mandato loro nel mondo; per loro io consacro me stesso, perché siano anch’essi consacrati nella verità».
(Gv 17, 11-19)
Voglio restare con te.
Non puoi.
Ti prego.
Non puoi. Devi portare il fuoco.
Non so come si fa.
Sì che lo sai.
È vero? Il fuoco, intendo.
Sì che è vero.
E dove sta? Io non lo so dove sta.
Sì che lo sai. È dentro di te. Da sempre. Io lo vedo.
Portami con te. Ti prego.
Non posso.
Ti prego, papà.
Non ce la faccio. Non ce la faccio a tenere fra le braccia mio figlio morto.
Credevo che ne sarei stato capace, e invece no.
Hai detto che non mi avresti mai lasciato.
Lo so. Mi dispiace. Hai tutto il mio cuore. Da sempre. Tu sei il migliore fra i buoni. Lo sei sempre stato. Quando non ci sarò piú potrai comunque parlarmi. Potrai parlare con me e io ti risponderò. Vedrai.
E riuscirò a sentirti?
Sì. Mi sentirai. Fa’ come se ci parlassimo con la mente. E allora vedrai che mi senti. Ci vorrà un po’ di allenamento. Ma non ti arrendere.
(C. McCarthy, La strada)
La pagina di Giovanni ci immerge nel lungo discorso d’addio di Gesù ai suoi (capitoli 13-17), radunati nella sera decisiva dell’ultima cena. Gesù sta preparando i discepoli al distacco. Le sue parole spalancano promesse, cercano di rassicurare, senza nascondere il dolore della separazione, ma affermando la fiducia nel futuro nuovo incontro. E poi, Gesù sprofonda in preghiera: sono per il Padre, ma pensando ai discepoli, le ultime parole di quella sera, prima di varcare la soglia della sala ed entrare nella notte del Getsemani. “Padre, io non sono più nel mondo; essi invece sono nel mondo”: io non corro più il rischio di essere ingoiato dall’oscurità del tempo ripiegato, chiuso alla tua grazia, i miei discepoli invece, i miei amici (così li ha chiamati ad un certo punto della cena) rimangono esposti alla dura battaglia. Il mondo muoverà loro guerra. Custodiscili nel tuo amore.
Anche il suggestivo romanzo di McCarthy si conclude con un congedo aperto alla speranza. In un mondo segnatamente annichilito da una catastrofe nucleare, di cui nulla sappiamo, ma di cui vediamo gli effetti – freddo persistente, incancellabile grigiore, una vita animale azzerata e una umanità ridotta allo stato brado – un uomo e il suo bambino, che rimarranno senza nome per tutto il racconto, sono in cammino sulla strada che dà il titolo al romanzo. Arrancano tra orrori e pericoli verso sud. Cercano il mare. Forse dal mare potranno sperare qualcosa. Ma la salute del genitore peggiora via via, e nei pressi della spiaggia è costretto a coricarsi, consapevole della fine imminente. Spende in parole l’ultimo fiato. Il penultimo dialogo è quello riportato sopra.
Il desiderio del bimbo di stare con il padre. “Voglio restare con te”. “Non puoi”. Nel Vangelo di Giovanni, alle parole con cui Gesù dichiara ai suoi che deve andarsene (“Figlioli, ancora per poco sono con voi; voi mi cercherete, ma […] dove vado io voi non potete venire” [13,33]) Pietro ribatte: “Signore, dove vai?”. E ancora Gesù: “Dove io vado per ora tu non puoi seguirmi”. È tanto duro accettare il distacco da chi amiamo.
Ma il lungo discorso di Gesù è tutto attraversato dalla rassicurazione. “Non vi lascerò orfani” (14,18). Vi darò lo Spirito, il mio respiro comincerà a respirare in voi. L’amore trova il modo, elabora strategie di vita, perché il distacco sia uno spazio nutrito dalla presenza, e nell’assenza della vicinanza fisica fiorisca e maturi una nuova via di relazione. È quello che il padre assicura al bimbo, sono le sue parole di congedo dalla vita: “Quando non ci sarò più potrai comunque parlarmi”. L’amore trova il modo.
E apre a un compito. Gesù parla ai suoi perché si preparino a portare nel mondo il fuoco dello Spirito. “Che vi amiate, come io ho amato voi. […] Vi ho costituiti perché andiate e portiate frutto e il vostro frutto rimanga” (15,12.16). L’amore vuole dilagare, di sua natura.
Anche il padre del romanzo di McCarthy riporta il bimbo al suo compito. “Devi portare il fuoco”. Nel grigiore buio e pesante che grava sui figli di Adamo per la colpa nucleare che ha consumato il mondo, un piccolo fuoco di moralità arde nel cuore del cucciolo d’uomo. L’adulto ne è stato il custode, ora dovrà essere il bimbo stesso a custodirlo e alimentarlo. È la grande avventura di ognuno di noi: non lasciare che il fuoco si spenga.
Non dipende tutto solo da noi. La bontà viene sempre a cercarci. Non ci lascia orfani sotto il cielo.
Nell’ultimo frammento di dialogo tra padre e figlio, il bimbo ricorda di un altro bambino intravisto un giorno tra le macerie. Vi rivede come l’immagine della sua condizione imminente, di orfano abbandonato a se stesso.
Te lo ricordi quel bambino, papà?
Sí, me lo ricordo.
Secondo te sta bene, quel bambino?
Ma certo. Secondo me sta bene.
Secondo te si era perso?
No. Non credo che si fosse perso.
Ho paura che si fosse perso.
Secondo me sta bene.
Ma chi lo troverà se si è perso? Chi lo troverà, quel bambino?
Lo troverà la bontà. È sempre stato cosí. E lo sarà ancora.
La bontà ti verrà a cercare, ti troverà. C’è da aver fiducia. La vita è buona, trova il modo, perché è mossa dall’amore che respira al fondo delle cose. Come dice Gesù ai suoi: “Non vi lascerò orfani, ritornerò da voi” (Gv 14,18).
E così, davvero, il Signore ci accompagni.
Don Paolo Alliata
Don Paolo Alliata. Nato a Milano nel 1971, dopo la laurea in Lettere classiche all’Università degli Studi di Milano, viene ordinato sacerdote nel 2000 dal card. Carlo Maria Martini. Attualmente è vicario della comunità pastorale Paolo VI per la parrocchia di Santa Maria Incoronata a Milano. Autore di testi teatrali sull’Antico e sul Nuovo Testamento, è responsabile dell’Ufficio per l’Apostolato Biblico della Diocesi di Milano. Fra le sue pubblicazioni, Dove Dio respira di nascosto. Tra le pagine dei grandi classici (Milano, Ponte alle Grazie, 2018) e C’era come un fuoco ardente. La forza dei sentimenti tra Vangelo e letteratura (Milano, Ponte alle Grazie, 2019). Da due anni le sue omelie sono raccolte su un canale YouTube.
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